LA CASA DEL POPOLO. Di Paolo Pelizza
LA CASA DEL POPOLO.
“Che bella cosa aveva Adamo.
Quando diceva una cosa buona
sapeva che nessuno
l’aveva mai detta prima.”
Mark Twain

Dopo l’uscita dei due EP (Black Smoke Rising e il doppio From the Fires), l’uscita di tre LP studio (Anthem of the Peaceful Army, The Battle at Garden’s Gate e Starcatcher), i quattro (ormai trentenni) del Michigan ci riprovano. A ottobre scorso è uscita la loro quarta fatica in studio: Palace for the People. La band ha anche all’attivo, ad oggi, due tour mondiali, una quindicina d’anni di carriera e un Grammy … non poca roba. Detto questo, per questa ultima opera abbiamo dovuto aspettare tre anni. Siamo ancora nell’ambito della loro identità da rocker classici degli anni Settanta ma (almeno io la penso così) l’esperimento garage dell’album precedente è stato archiviato. Quel disco che voleva ricreare un suono più rough, non
aveva avuto il risultato di altri dischi registrati in quel modo (per dirne uno In Uthero dei Nirvana, prodotto dal compianto Steve Albini). The Battle, d’altra parte, era un po’ troppo ricco, pieno di suoni e raffinato per il pubblico del gruppo. Quindi cosa si può dire di Palace for the People? Il titolo è ispirato all’Alexandra Palace di Londra, storica location per le attività sportive e di intrattenimento nella capitale britannica già dal 1873, soprannominato “the people’s palace”. Qui, con il produttore Mike Elizondo (produttore dell’album), cercano una “sintesi” tra tutte le esperienze precedenti. Il disco è un coraggiosissimo e funambolico tentativo di creare una simbiosi tra identità e maturità. Intendiamoci bene: la fattura è ottima. Le qualità e la loro capacità di musicisti è indubbia e, per chi li ha visti dal vivo (io due volte), indiscutibile. Parlando del loro ultimo lavoro da un punto di vista della scrittura, dobbiamo rilevare due aspetti. Il primo: ci sono due anime nell’oretta che dura il disco, una più intima, profonda e introspettiva e una più studiatamente costruita per impressionare. Pezzi più rilassati e riflessivi come Saw You Stand e Touch Again sono tra le migliori tracce del disco. Tra le altre tracce, una menzione di merito per Dreams You Hold che ci regala un crescendo coinvolgente e suggestivo. Se qualcuno ha apprezzato la varietà di contaminazioni che il lavoro contiene (folk, rock, pop, etc.) e il sound minimale, altri sostengono che non abbiano portato nulla di davvero originale e che sia tutto molto in linea con il passato. La musica come rifugio per il popolo è il concept dell’album. Un rifugio dalle brutture e le distorsioni di un mondo che non siamo più in grado di comprendere, un rifugio dove sentirsi protetti e forse anche provare a capirci qualcosa. Tear It Down (altra traccia che ci è molto piaciuta), in particolare, racconta di una società che non migliora e che non impara dai propri errori. In definitiva, il disco è ben costruito con ottimi brani e brani buoni. L’operazione di dimostrare che sono più maturi forse è rivedibile ma di sicuro è un lavoro che è un piacere ascoltare e riascoltare. L’identità resta quella: i Led Zeppelin, i Rush, il rock classico. Alla fine, va detto, che questi ragazzi oltre ad aver salvato un certo rock hanno salvato la loro generazione da generi omogenizzati e da un futuro dell’industria musicale che sembrava aver perso la dimensione dell’umano.
di Paolo Pelizza
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PS: A proposito di cosa ci riserverà il futuro invito tutti a vedere il bel documentario di Andreas Pichler intitolato : “Elon Musk Uncovered”. E’ molto bello e illuminante. Nelle sale in questi giorni.
PPS: Se avete voglia di dare una mano ad un bellissimo progetto, potete contribuire al crowdfunding per completare il documentario Electric Hills, lanciato dal Museo del Synth Marchigiano, prodotto da The Blink Fish e diretto da Marco Bragaglia. Il docu-film che vede la partecipazione di Jean Michel Jarre, Kyle Dixon, Claudio Simonetti e molti altri e racconta l’evoluzione dalla fisarmonica ai sintetizzatori. Tutte le info e le ricompense su https://sostieni.link/41534. Per ulteriori informazioni www.museodelsynth.org o www.theblinkfish.com




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