Da Ravenna al Kosovo: due chiacchiere con i Leda


Il 28 settembre i Leda hanno suonato a Pristina, in Kosovo, all'interno del FemArt Festival. Incuriosito dall'idea di una band italiana che, cantando nella nostra lingua, va a confrontarsi con un'esperienza così particolare, ho pensato che potesse essere interessante fare due chiacchiere con loro e farci raccontare di più su quest'avventura.
Avete recentemente suonato in Kosovo all'interno del FemArt Festival: volete raccontarci come è nata quest'opportunità? E soprattutto com'è andata l'avventura oltre confine?
A giugno del 2023 abbiamo musicato “Don Chisciotte ad ardere” del Teatro delle Albe di Ravenna, un'opera teatrale in 3 atti che ci ha visti sul palco per 3 stagioni insieme ad attori e comuni cittadini di Ravenna. A loro, ogni anno e per ogni replica, si aggiungeva una “tribù” che veniva da diverse regioni italiane ma anche da tutto il mondo.
Nel 2024 è stato il turno della delegazione del Teatro Nazionale del Kosovo ed è nata subito una profonda stima reciproca ed amicizia. A fare il nostro nome alle organizzatrici del FemArt è stata proprio una ragazza che faceva parte della delegazione, l'attrice Albana Gashi alla quale siamo infinitamente grati anche per essersi presa cura di noi una volta arrivati a Pristina. Parlando invece di come è andata, ti dico subito che è stata un'esperienza fantastica. Abbiamo suonato al nuovo Centro Culturale che veniva inaugurato proprio quel giorno e il live è andato molto bene.
Considerato anche che cantate in italiano, come è stata accolta la vostra musica dal pubblico?Il pubblico ha partecipato ed è stato caloroso, ci sono stati dei momenti in cui hanno canticchiato con noi. In particolare ricordo il commento di una persona che aveva apprezzato il cantato in italiano sopra alla musica rock. Sembra banale ma nei Balcani spesso l'italiano viene associato a Toto Cutugno, Albano ecc ecc quindi è stato bello rompere questo cliché!
C'è qualche aneddoto particolare che vi va di raccontarci su quest'esperienza?
Ce ne sarebbero molti ma quello più “forte” per noi è stato quando alcuni dei tanti cani randagi in giro per Pristina, dopo averli accarezzati, ci hanno “scortati” per un bel tratto di strada e una volta incontrato un altro branco, lo ha cacciato abbaiandogli contro! Ci siamo sentiti parte del branco!
Immagino che al FemArt abbiate avuto modo di confrontarvi con artisti di altre origini. C'è qualcosa che vi ha particolarmente colpito o sorpreso in questi confronti? La cosa che per l'ennesima volta ci ha colpiti confrontandoci con altri artisti di altre origini, oltre al loro talento e bravura, è il fatto che in altri Paesi l'artista e le arti in generale vengono riconosciuti da tutti e finanziate dai governi, mentre in Italia non si fa altro che tagliare fondi alla cultura e la vita dell'artista è molto difficile. Non che non lo sia anche altrove, ma di sicuro c'è un incentivo in più a produrre in posti dove il terreno è fertile e qualsiasi opera viene percepita e considerata da una vasta parte di popolazione. Ad esempio quello che ci è piaciuto di Pristina è una considerevole partecipazione ad eventi culturali di giovani under 30.
Il FemArt è un evento che nasce per portare avanti istanze sociali ben precise. Quale credete sia il messaggio più importante che è emerso quest'anno? E quale quello che voi avete voluto dare con la vostra esibizione? Ovvio che alla base di un festival femminista (il più grande dei Balcani) il leitmotiv è abbastanza scontato, il tema di questa edizione del FemArt era “embrace the unknown” e anche questo è già un messaggio chiarissimo. Un abbraccio a tutto ciò che è sconosciuto e che a volte ci può fare paura, ma solo vincendola c'è progresso sociale e culturale. Il “diverso” e le minoranze vengono combattute in tutto il mondo e c'è la tendenza a prendersela sempre con i più deboli perché è più facile. Non vogliamo che questo modo di pensare cresca troppo e spero che con la nostra esibizione abbiamo fatto capire questo. Gli sconosciuti, l'ignoto, in questo caso possiamo essere stati noi e siamo stati accolti dal loro abbraccio.
Dal vostro ultimo album sono passati più di 4 anni. Cosa è successo da allora? E che bilancio fate del percorso dei Leda fino a oggi? Un bilancio sicuramente positivo che però ha incontrato degli ostacoli come il post pandemia che ci ha tenuti un po' più fermi. Nonostante tutto, come dicevo prima, abbiamo partecipato per 3 stagioni come band stabile dell'opera “Don Chisciotte ad ardere” a Ravenna. Un'esperienza che ci ha fatto indubbiamente bene perché ci ha messo in discussione anche nel nostro modo di suonare. Abbiamo fatto dei live di cui siamo fieri ed ora siamo pronti a tornare in studio.
Proprio nel vostro album del 2022 c'era anche un duetto con Paolo Benvegnù. Che ricordo avete di lui? E in cosa pensate si senta maggiormente il vuoto che Paolo ha lasciato nella musica italiana? Abbiamo il ricordo di un grande artista, che prima di essere artista, era una grande persona e non lo dico banalmente. La sua umiltà, la sua immensa umanità e senso dell'umorismo ci manca molto. Paolo lo vedevamo di rado ma ogni volta era come se ci fossimo visti il giorno prima. La sua scrittura mancherà alla musica italiana, una scrittura poetica ma non ermetica, capace di arrivare nel profondo di tutti.
Al momento state lavorando su qualcosa di nuovo? Cosa possiamo aspettarci dal futuro dei Leda? Come già spoilerato, siamo tornati in sala prove in maniera costante e cosa aspettarsi ancora non lo sappiamo… sicuramente il terzo disco!
Fra gli album dei Leda e le vostre varie esperienze individuali, ormai avete avuto modo di conoscere ciò che ruota attorno alla musica e alla discografia spaziando fra ambienti e prospettive molto diverse fra loro. Che consiglio dareste a chi oggi si accosta a questo mondo? Di non cadere nella trappola del tutto e subito. Bisogna saper aspettare altrimenti sarete l'ennesimo gruppo usa e getta. Fate quello che vi pare a livello musicale perché i geni non esistono, esiste solo quello che siete e che sentite dentro. Riconsiderate e pensate bene alla parola “notorietà”. Concludo citando Joyce Lussu: “..ti confesso che non mi interesso molto al successo ma appassionatamente al succede e al succederà.”
Roberto Bonfanti [artista e scrittore] www.robertobonfanti.com




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