83. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Articolo di Fabio Pigato

Arrivo a Venezia graziato dalle temperature miti. La pioggia e una leggera brezza si sono portate via il caldo torrido e le immancabili polemiche che punteggiano la prima parte del festival. Mi rimangono i tre giorni finali e, come ormai sappiamo, i vincitori: Woman Unknown, Possible Love e Naza sono stati proiettati la settimana precedente. I fratellini Gallagher hanno già sfilato, quasi mano nella mano, sul tappeto rosso e John Malkovich ha già tracciato il segno in Wild Horse Nine, cosa che gli varrà la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. Nonostante questo sia quasi del tutto accaduto, mi trovo davanti a una grande quantità di film ancora disponibili. Mi prodigo in un Tetris cinematografico che tenta di incastrare i vari orari delle proiezioni. L’atmosfera è ancora pregna di creatività e cultura. Non diamo mai per scontate queste due cose.Un banchetto da cui trarre nutrimento. Fare un resoconto risulterebbe troppo lungo. Decido quindi di parlarvi di tre film che mi hanno colpito per motivi diversi. Si parte.
Agata The Writer Regia: Kuba Dorabialski Durata: 95 minuti Paese:
Australia Anno: 2026
Agata, una scrittrice polacco-australiana, consigliata dalla sua editor, accetta di scrivere un romanzo ambientato negli anni Novanta, durante la guerra in Bosnia. Si reca a Sarajevo per sviluppare contatti e intervistare le persone che hanno vissuto l’assedio. Trova però una certa reticenza quando comunica che si tratterà di un romanzo. Le vittime sono disposte a condividere il loro trauma solamente se questo servirà a documentare la tragedia e a contribuire affinché non si ripeta mai più. Si aspettavano un reportage storico e invece si trovano davanti a una scrittrice di romanzi. Entra così in gioco il concetto di appropriazione culturale e il senso di colpa che una persona sensibile può provare nel cercare una narrazione attraverso un dolore così grande, che non ha vissuto. La prima parte del film ha un approccio esistenzialista, sostenuto dall’ottima fotografia, che si tratti di una città o di un sobborgo di campagna. Tutti i personaggi cercano un bilanciamento emotivo che permetta loro di elaborare il lutto che li affligge. Anche i sopravvissuti provano sensi di colpa. In questo caso, per non essere morti insieme ai loro cari. Si aggiunge una sottotrama dall'interessante valore simbolico. Nell'appartamento in cui è ospitata la scrittrice, interpretata dalla bravissima Mia Wasikowska, spariscono delle opere d'arte. Forse rubate, forse vendute all'insaputa del proprietario. Simboleggiano forse l'appropriazione culturale di cui parlavamo prima? La domanda rimane aperta. Nella parte finale il regista Kuba Dorabialski opta per un monologo fiume, in cui la scrittrice legge il primo capitolo del suo libro. Se da un lato gli ultimi trenta minuti regalano una pagina di rara profondità concettuale, in cui la straordinaria interpretazione di Mia Wasikowska sviscera perfettamente il modo in cui una scrittrice possa metabolizzare e sublimare i propri conflitti interiori nella pagina scritta, aggirando con intelligenza il rischio dell'appropriazione culturale, dall'altro questa scelta si traduce in un vero e proprio auto sabotaggio da parte della regia. Quella vocina che sentiamo tutti, a volte, che ci dice di non fare una cosa o di farla nel modo sbagliato.I cambi di ritmo all'interno di un'opera sono non solo legittimi, ma spesso preziosi. A patto, però, che sappiano diventare parte integrante dell'estetica del film. In questo caso la brusca variazione narrativa non riesce a integrarsi nel tessuto della pellicola e finisce per compromettere, almeno in parte, quanto di buono era stato costruito fino a quel momento. Rimane comunque un buon film, che merita, oltre alla visione, una riflessione personale sui temi trattati.
Ground Floor Regia: Gábor Reisz Durata: 108 minuti Paese: Ungheria - Italia Anno: 2026
Con Ground Floor (Földszint), il regista Gábor Reisz trasforma la convivenza condominiale in qualcosa di più di una semplice commedia sulle miserie dei vicini. Il film è pervaso da una buona dose di sano sarcasmo, senza spingersi però fino al cinismo grottesco e spietato di un cult come Delicatessen. E forse è proprio questa misura a permetterci di mantenere un legame con i personaggi: ridiamo delle loro miserie quotidiane, ma senza arrivare a disprezzarli. Anche dal punto di vista visivo il disagio trova una sua forma precisa. Primi piani con lo sfondo sfocato si alternano a immagini nitide, ma fortemente asimmetriche. Una geometria fuori asse che sembra accompagnare il disordine morale dei condomini. Ed è qui che, almeno per me, entra in gioco la lotta di classe. Le gerarchie interne al palazzo, l'indifferenza dell'amministrazione, chi può permettersi di ignorare il problema e chi invece è costretto a viverci dentro. Poco importa se, durante il dibattito dopo la proiezione, Reisz non ha riconosciuto questa come la sua intenzione specifica. Una volta uscito dalle mani dell'autore, un film può sempre permettersi di diventare un po' più disobbediente. Al centro di tutto c'è una macchia di muffa. Un elemento apparentemente banale che diventa il segnale del crollo imminente di una struttura, mentre il microcosmo che la abita continua a fare finta di niente. È difficile non pensare anche al disastro climatico che stiamo vivendo. I segnali sono davanti agli occhi di tutti, ma l'apatia rimane probabilmente il miglior materiale isolante che abbiamo inventato. Dentro questa decadenza domestica e sociale avviene però anche la rinascita del protagonista. L'ex pittore, inizialmente passivo, decide finalmente di prendere in mano la propria esistenza. Il film gli regala così una parabola quasi fiabesca: quella di un uomo ordinario capace di trasformarsi, come viene detto nel film, «un eroe delle fiabe».
Une femme aujourd'hui Regia: Robert Guédiguian Durata: 123 minuti Paese: Francia - Italia Anno: 2026
Juliette (interpretata da Marilou Aussilloux) è una donna di trentacinque anni. Vive in modo lineare. Ha completato con successo gli studi e ha un ottimo lavoro, come volevano i suoi genitori. Lascia scorrere la vita, con un contorno di agi conquistati con la sua intelligenza e dedizione al lavoro, spostandosi in monopattino e ascoltando musica rilassante dalle sue cuffie. Quasi a volersi isolare dall’ambiente circostante. Per certi versi ricorda alcuni personaggi di Jarmusch, che vivono la vita passo dopo passo, senza curarsi troppo del loro cammino.Fino al momento in cui, dopo una festa aziendale, subisce uno stupro da parte di un suo collega. L’evento traumatico fa crollare tutto il suo mondo. L’incontro casuale con un’associazione di volontariato che si occupa di aiutare giovani ragazze madri senza rete familiare le dà la possibilità di rinascere e riscoprire l’impegno sociale e politico.Robert Guédiguian ambienta il film nella sua Marsiglia, che è come New York per Woody Allen. Non solo uno sfondo. Marsiglia è protagonista e serve ad esplorare un mondo sommerso, per trattare i temi di inclusione, diversità e accoglienza. Si potrebbe rimproverare al regista una certa bulimia tematica. Guédiguian apre molte parentesi e sottotrame e non sempre le chiude. L’argomento dello stupro, ad esempio, si esaurisce in modo un po’ troppo veloce. Imperfezioni che però non vanno a minare la struttura del film.La cosa che apprezzo è che Guédiguian non sente il bisogno di salire in cattedra. L'accoglienza non viene trattata come una medaglia da appuntarsi sul petto, perché quando si passa dalle intenzioni alla realtà arrivano le difficoltà, i dubbi e anche le contraddizioni. Il fratello maggiore di Juliette serve proprio a mettere un po' di sabbia negli ingranaggi. Le sue critiche alla protagonista non sono quelle del cattivo di turno, ma danno voce a uno scetticismo che esiste anche dentro quella stessa società civile che vorrebbe cambiare le cose. Una scelta che salva il film dalla trappola della favola buonista.Preferisco non addentrarmi ulteriormente nella trama. Come il regista, ho deciso di lasciare delle sottotrame aperte.Nonostante alcuni difetti che forse, vista l’esperienza del regista, si potevano evitare, il film è riuscito e risulta un ottimo spunto di riflessione, senza retorica o ipocrisia..
Articolo di Fabio Pigato
Buona visione.




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