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REALITY AWAITS (THE STROKES). La non-recensione di Massimiliano Morelli

  • francescocaprini
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min


REALITY AWAITS (THE STROKES)

La non-recensione di Massimiliano Morelli

 

Intro

 

«Ma chissenefrega degli Strokes!», disse il Poeta già anni or sono. «Essicapisce!», ribatto io nel 2026. Reality Awaits si ascolta da solo o sarebbe meglio dire si autoascolta, davvero incurante di chi lo ha composto arrangiato suonato registrato prodotto e di chi lo sta ascoltando in quel dato momento — se mai qualcuno lo stesse facendo. Perché pare che comunque non piaccia se non a se stesso. (L’autotune? Le canzoni? L’età?) E sia! C’è poi chi fa spallucce e si gira dall’altra parte — e come poterli biasimare, se Julian Casablancas in persona ha più o meno recentemente e più volte dichiarato, così almeno sembra, che mantiene i THE STROKES principalmente a causa di tutto l’interesse economico che ruota attorno alla band. Sì, perché la band rende ancora, eccome se rende, e i suoi restanti quattro membri rendono a loro volta grazie e a Julian e ai medesimi THE STROKES, che poi sono loro cinque tutti assieme appassionatamente — “appassionatamente” da “passione” nella sua accezione più cristiana, c’è da supporre. Ma il disco in sé pare proprio non piacere o quantomeno, al di là degli specifici interessi monetari, interessare ai più...

Aspettare / Aspettarsi la Realtà

 

Se il generale disappunto di critica e pubblico (ma sarà poi davvero così?) è per l’appunto il punto da cui prendere le mosse per affrontare con coraggio e risolutezza, punto per punto, la nuova fatica dei THE STROKES – e che fatica, la nostra! – andrei subito al punto, alla fine-verdetto di questa mia non-recensione: se non sono ancora pronto a dire che REALITY AWAITS è il mio loro album preferito in assoluto posso però fin da ora confermare che lo è punto (ah, caro Maestro Landolfi...) di questo immobile 2026. Alea iacta est, dunque? La sfida lanciata a pubblico e critica sarà pure aleatoria ma la realtà (ci) aspetta – su quest’ultimo punto potremmo essere tutti d’accordo o quasi – ed è a questo punto imperativo chiedersi ancora una volta cosa aspettarsi realmente da essa. Niente! — niente di niente: Reality Awaits sembra non evolversi, non muoversi nel tempo — tempo qui inteso proprio come minutaggio, durata di riproduzione dell’opera da capo a coda; sembra essere fermo, sospeso in una sorta di suo personale “ideale aion aurale” in cui il malcapitato (il Sottoscritto, ad esempio) è costretto a prendere atto del fatto che il disco, traccia dopo traccia, non inizia, non continua e non termina. Lo abbiamo davvero messo su e ascoltato (!?), ci si chiede allibiti e disorientati dopo 42 minuti e 39 secondi. Niente di niente: basta quindi con l’analisi degli aspetti tecnico-sonori e di quelli legati alla produzione in sé; basta con le pedanti disquisizioni sull’effettiva o meno efficacia di chitarre che sembrano uscire da una canzone per entrare in quella successiva; basta con la critica all’uso dell’autotune o di qualsivoglia altro effetto sulla voce; basta con l’interpretazione dei testi (per Dio! non si tratterebbe in questa sede che di testi non sacri!); basta col notare per poi argomentare tastiere e sintetizzatori in – ma mica poi troppo – sottofondo; basta col fingersi esperti di basso e di batteria pretendendo per giunta di accorgersi di tutti gli incastri ritmici e di quanto i due strumenti siano serrati l’uno nell’altro e viceversa; basta con le disamine e le esegesi — basta soprattutto con la “salvezza” (e direi pure con la salvaguardia) del rock e della musica in e di genere: presunzione sconfessata a priori e troppo spesso e troppo a sproposito addossata ai nostri ex giovani perduti salvatori del rock THE STROKES, appunto. Amen. Punto e a capo. Dicevamo: se il disappunto generale (ma non è poi così, suvvia!) ha dato il la al mio, io, Massimiliano Morelli, nuovamente a questo punto, più che prendere le mosse da chissà poi cosa, dove e quando per non arrivare più al punto, direi che piuttosto punto alle più vaste ed insormontabili distanze da tutto e tutti (ma di certo non a scapito dei tutti e del tutto…) e mi ritiro altrove — mi faccio da parte: giù dal letto ordunque, o prodigo alter ego, mio solingo Lettore-Ascoltatore, esci dall’eremo, compra il vinile subito, torna a casa, mettilo sul piatto (o, in alternativa, vai su Spotify, mettilo tra i preferiti e fallo online) e ascoltalo a ripetizione per me ma più che altro per loro, ché io nel frattempo potrei aver già superato il punto di non ritorno. Scontato dunque il paradosso dell’autoascolto e dell’aion (“punto fermo” dal quale non siamo più disposti a prescindere: possiamo solo pagarne lo scotto...), di disco da ascoltare (fino...) in fondo si tratta e come tale dovrebbe esser trattato: nove canzoni nuove pronte all’ascolto, nove canzoni da ed in cui si cristallizza (cristallizzarsi proprio come congelarsi, come contrario di evolversi, muoversi...) una distinta proposta discografica che, contraddicendo quanto scritto e dichiarato finora, nel suo insieme contempla ed incorpora, salvezza esclusa, tutti i (miei) basta di cui sopra. E poiché il disco che mi contraddice c’è e nel disco c’è tutto (le canzoni, i THE STROKES, le influenze, l’esecuzione, l’autotune, i suoni, gli incastri, i ritornelli, i testi, lo stile, la produzione di Rick Rubin nevvero nevvero nevvero), bisogna proprio permettere al giovane Eremita-Ascoltatore (io non sono più io e le mie parole stesse mi estromettono da quello che sto scrivendo) di cavalcare l’iperbole affinché egli possa finalmente, ascolto dopo ascolto, trarne la verosimile conclusione (ma non si tratterà poi mica di conseguenza?!?!?) ―

 

(La) Conclusione

 

Reality Awaits c’è – malgrado noi, malgrado i THE STROKES, malgrado tutto – ed è qui per rimanere, nel senso, mi ripeto e insisto, che resta lì, fermo, immobile, mentre il vinile sul piatto gira e si ascolta, sonoramente (perdonatemi!) e per sempre immortalato in se stesso e nella sua riproduzione che non succede né si succede e durante la quale non succede (se non giusto lo sporadico apparire di qualche scoria, stonatura o anomalia acustica a ricordarci che comunque siamo qui e ora e quest’estate è terribile...) assolutamente nulla (o così a noi pare); fermo lì e da per sempre pietra, anche quando l’Ascoltatore in fiore – il nostro vero Eroe di questa insostenibile non-recensione –, perplesso e sgomento dopo aver rimosso il vinile per riporlo, s’è accorto che effettivamente nel (nostro?) tempo chronos i 40 e rotti minuti di durata sono trascorsi ma nel disco sembrerebbe proprio di no. Se questo suo (intendo, suo di sé, di Reality Awaits...) tempo aion è per noi piacere, stimolo, interesse, allora sarà fatta e ne godremo in eterno o quasi; se viceversa è noia – che del resto ne è l’anagramma –, saremo in esso perduti all’infinito... o quasi. In entrambi i casi, Reality Awaits continuerà, pur non continuando (paradosso, contraddizione… insomma, ci siamo capiti), ad ascoltare se stesso ad libitum e non curante di noi e dei THE STROKES.

 Outro

 

...mica poi male, però, l’idea di annoiarsi ad oltranza lungo un tempo d’estate che non passa e mai passerà!

 

Se mai invece l’autunno tornerà – io (me) lo aspetto, eh –, tornerò a mia volta ad essere io e a dirvi che magari ― a ridirvi che probabilmente e con tutte le idiosincrasie e i mal di testa del caso annessi e connessi, Reality Awaits – un’anomalia discografica di per sé, per ricollegarci alle sporadiche apparizioni di prima –, nel mio perpetuo annoiarmi, è diventato, se mi è concessa un’ulteriore e ultima contraddizione relativa al tempo e al divenire, il mio disco preferito nell’intera discografia dei THE STROKES punto.

 

Massimiliano Morelli

 

– Un grazie di cuore, come sempre e per sempre, a Paolo, Roberto e Francesco. –

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