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The Shaggs Philosophy of the World. L’incidente in autostrada che non riusciamo a fare a meno di guardare: di Fabio Pigato

  • francescocaprini
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

The Shaggs

Philosophy of the World


L’incidente in autostrada che non riusciamo a fare a meno di guardare


Di: Fabio Pigato

Un errore rappresenta un inciampo. Una nota sbagliata all'interno di una melodia. Un ingrediente che non lega con gli altri. Un numero incalcolabile di errori, invece, smette di essere un errore. Diventa un metodo. E, qualche volta, riscrive le regole del gioco. Che limite c’è al brutto? Un eccesso di brutto diventa bello? Sono delle domande imprescindibili che dobbiamo farci prima di procedere con l’ascolto di: Philosophy of the World del gruppo di sorelle The Shaggs. Il padre riceve una profezia. La mamma gli legge la mano e lo convince che le sue figlie avrebbero composto della musica bellissima e immortale. Questo era stato deciso da alcune non ben identificate divinità. Viene da pensare che quelle divinità fossero parecchio burlone. O, più semplicemente, completamente sorde. Nel 1968 Austin Wiggin Jr. che prendeva molto sul serio le parole della madre (e delle entità mistiche) decise di comprare degli strumenti e obbligare le sue figlie (Dot, Betty e Helen) a suonarli. Le ragazze non avevano alcuna conoscenza e competenza musicale. Nessuna di loro aveva prima manifestato la volontà di avvicinarsi alla musica. Fu la musica ad avvicinarsi a loro e a passare ben oltre. I risultati non arrivarono neppure dopo che furono quasi segregate e costrette a suonare per molte ore al giorno. Il padre comunque non si perse d’animo e pagò di tasca sua uno studio di registrazione per dare alle stampe il loro primo e unico disco. Il già citato Philosophy of the World. Solamente 1.000 copie stampate su vinile. Sono dodici le canzoni che lo compongono, per trentuno minuti di anarchia sonora totale. Nessuno standard, analfabetismo musicale puro e cristallino, tanto da diventare quasi naif. Non siamo nel ‘77 in piena epoca Punk, siamo nel 1968 in piena epopea Summer of Love. I riferimenti sono altri. La psichedelia dei Jefferson Airplane e il rock di Jimi Hendrix. In loro, niente di tutto questo. I brani parlano della vita quotidiana, del loro gatto che scompare e di loro che lo implorano di tornare a casa. Forse bastava smettere di suonare per farlo tornare. Il disco passa del tutto inosservato (chi se l'aspettava?) Ma poi succede qualcosa che nessuno avrebbe immaginato. Frank Zappa lo cita in un intervista per Playboy del 1976. Loda la mancanza di qualsiasi struttura e regola. Lo definisce il suo terzo disco preferito di tutti i tempi. Qualche anno dopo anche Kurt Cobain farà lo stesso, mettendolo nella lista dei suoi cinquanta album preferiti, considerando le Shaggs un pilastro della: outsider music. A questo punto la domanda cambia radicalmente. Se due musicisti che hanno rivoluzionato il rock ci vedono qualcosa... siamo sicuri che sia soltanto brutto?Cosa dire allora? Impossibile non essere curiosi. Un ascolto scappa a tutti. Proprio come l’incidente in autostrada. Impossibile non guardarlo. C'è un dettaglio che rende il tutto ancora più assurdo. Negli anni molti musicisti professionisti hanno tentato di mappare il loro modo di suonare. Glenn Kotche, batterista dei Wilco, ha ammesso che replicare quei tempi è quasi impossibile. Le Shaggs cambiavano tempo a ogni battuta in modo del tutto inconscio. Non stavano cercando di fare avanguardia sperimentale: stavano cercando di fare della Pop music. Helen seguiva un ritmo tutto suo. Si lanciava in rullate improvvise quando la canzone era lenta e rallentava nei momenti più concitati. Sembrava affrontare la batteria come un esercizio di matematica. I musicologi hanno notato che i suoi movimenti seguivano schemi geometrici, più che musicali. Insomma: il disastro diventa una forma nuova e indefinibile. Per questo motivo oggi siamo ancora qui a parlarne. Esiste una soglia oltre la quale il brutto smette di essere tale. Diventa semplicemente qualcosa che non sappiamo più come definire…Non sono del tutto convinto che possa diventare bello, anche se l’argomento merita il tempo di una discussione. Philosophy of the World non è un grande disco perché è brutto. È un grande disco perché mette in crisi il nostro modo di giudicare la musica. Dopo averlo ascoltato, ci chiediamo che cos'è, esattamente, quello che abbiamo appena sentito. La morte del padre, Austin, stroncato da un infarto, nel 1975 a soli 47 anni, determina lo scioglimento delle Shaggs. Le ragazze, vessate e traumatizzate dalla sua ossessione per la profezia, sono libere di smettere di suonare e fare concerti. La loro storia personale, che segue la morte del padre, ha dei toni tragici e molto tristi. Chi ne ha la voglia e la curiosità, può documentarsi in rete. Troverà molti articoli che ne parlano e anche un documentario. Noi però rimaniamo sul pezzo. Sì, perché come ogni band nostalgica che si rispetti, ci sono state delle reunion. Una nel 1999 a New York e una nel 2017 al Solid Sound Festival. Se proviamo a cercarle sulla famosa piattaforma di streaming (che non nomineremo)... possiamo notare che il brano che dà il titolo all’album, ossia: Philosophy of the World, ha più di due milioni di ascolti. Il disco viene ristampato e si può trovare facilmente in rete. Paradossalmente, proprio ciò che sembrava incompetenza assoluta è diventato oggetto di studio. Molti musicisti e musicologi hanno analizzato il modo in cui le Shaggs sfasavano continuamente il tempo, cercando di capire se dietro quel caos esistesse una logica. Non l'hanno trovata! Le opere davvero strane non ci chiedono di amarle. Ci chiedono soltanto di rimettere in discussione il nostro modo di giudicarle.

Vuoi vedere che Austin aveva ragione e la profezia si è avverata?

P.S.

Se siete curiosi e lo volete ascoltare, tenete vicino a voi un defibrillatore. Non per il vostro cuore, ma per dare il giusto ritmo all’ascolto.


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