"Le Città di Pianura". Un road movie alcolico nell’ex Giappone d’Italia. Articolo di Fabio Pigato
- francescocaprini
- 13 ott
- Tempo di lettura: 2 min

Nel film di Francesco Sossai, tre uomini attraversano la provincia veneta come reduci di un sogno industriale finito, tra ironia e melanconia a colpi di brindisi esistenziali.
Regista: Francesco Sossai
Genere: Commedia
Anno: 2025
Durata: 98 min
Data di uscita: 2 ottobre 2025
Distribuzione: Lucky Red
Colonna sonora: Krano (per Maple Death Records)
Carlobianchi e Doriano (Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla).
Due moderni Dean Moriarty e Sal Paradise sulla strada alcolica del Nord-Est operoso. Il Giappone d’Italia, post-crisi del 2008. Due allegri spiantati, due compagni di sbronze che hanno ricevuto grandi sberle dalla vita, ma che sono rimasti in piedi, anche se barcollanti. Sono l’incarnazione della figura del loser, che bene viene descritta da Bukowski e Fante. Estremamente consapevoli della loro condizione, alla ricerca del senso della vita, che quasi riescono a trovare (ma poi se lo dimenticano), e alla ricerca anche dell’ultimo bicchiere. L’unica cosa che si contrappone con infallibile determinazione alla teoria dell’utilità marginale decrescente.Il duo attende il rientro di Genio (Andrea Pennacchi), un amico che ha passato molti anni in Argentina per sfuggire alla giustizia italiana. Un ritorno carico di significati, che aspettano per rivivere frammenti della loro gioventù. Gli anni Novanta: quando era tutta un’altra cosa. Per puro caso incontrano Giulio (Filippo Scotti), uno studente di architettura, timido e riservato, che viene coinvolto, suo malgrado, nel loro viaggio alcolico. Tra stazioni di servizio, bar, strade di provincia che collegano un non-luogo a un altro non-luogo e ville rinascimentali che rischiano di essere deturpate per far posto a nuove infrastrutture di cui non si capisce bene l’utilità.Francesco Sossai firma un film attuale che sembra uscito dagli anni Novanta. Una dicotomia che funziona benissimo. Propone molti spunti di riflessione: la perdita delle radici, il ciclo produttivo che fagocita e poi abbandona al proprio destino le persone, appena il contesto economico cambia. L’isolamento, e allo stesso tempo la voglia di un progresso repentino e velocissimo che rischia di distruggere la storia e le tradizioni locali. La stessa paura di trovarsi, dopo una lunga vita di duro lavoro, da soli davanti allo schermo di una slot, privi di ogni goccia di linfa vitale.Il nostro trio si muove in questi mondi alla ricerca, tra le altre cose, anche di un tesoro. Si intravedono scorci della Venezia popolare: il bacaro da Lele e il bar ai biliardi. Si attraversano la campagna trevigiana e Zero Branco, fino ad arrivare alla Tomba Brion, capolavoro dell’architetto Carlo Scarpa. Ci si ritrova immersi in una straordinaria colonna sonora composta da Krano, il cantautore trevigiano che canta nel dialetto della sua terra e che verrà pubblicata dalla Maple Death Records. Krano riesce a caricare le scene di un ulteriore significato: anche qui si percepisce il dualismo tra la tradizione dialettale e un blues del Mississippi che fa quasi sembrare di essere in America, come dice Carlobianchi ordinando un nuovo giro di birre.Da segnalare, all’inizio del film, un cameo del bravissimo Roberto Citran.Il film scorre piacevolmente, lasciando un gusto dolceamaro. Si potrebbe parlare di melanconia. Le situazioni divertenti, in cui si può riconoscere il quotidiano di molti di noi nati in provincia, portano però sempre a una riflessione più profonda, che lo spettatore è chiamato a raccogliere. Consapevolezza e umorismo. Da vedere assolutamente.
Fabio Pigato







Commenti