Come si chiamava la bambina?
- NeVRuZ JoKu

- 24 giu
- Tempo di lettura: 9 min
Un uomo morto che mi suona nelle mani, una bambina a cui ho ridato il nome. Le armi che si possono smontare. Manifesto di chi si rifiuta di abituarsi. Da leggere ad alto volume, scalzə sulla moquette. di NeVRuZ JoKu

È il 2 giugno e piove. Piove su tutta la nazione, una pioggia incessante che sembra piangere al posto nostro, mentre da qualche parte si festeggia la Repubblica, quella che all'articolo 11 della sua Costituzione ha scritto nero su bianco che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, e soffermiamoci sulla parola, perché i costituenti potevano scrivere rinuncia, potevano scrivere condanna, e invece scelsero ripudia, il verbo più sdegnoso che avevano in tasca, un grido di rivolta infilato dentro una carta di Stato. Oggi quella stessa nazione ripudia la guerra al mattino e firma l'export di armi al pomeriggio, e io guardo l'acqua battere sul vetro e penso che almeno lei è onesta, cade su tutto, non fa distinzioni. E penso un'altra cosa, brutale: se non sprecassimo energia nel tifo o nell'opinionismo senza costrutto, forse moltə bambinə sarebbero ancora vivə.

Ma lasciami partire da molto prima, da una stanza che sapeva di birra rovesciata sulla moquette, cicche schiacciate dentro lattine vuote, un ampli lasciato acceso che ronzava nel buio come un calabrone incazzato. Quando avevo dodici anni, i Nirvana mi sono entrati in casa dentro una pubblicità di assorbenti, sì, hai letto bene, gli assorbenti, la cosa più ruvida e disperata del rock di fine secolo che mi arriva tra una signora vestita di bianco che corre felice in un prato e una goccia azzurra che cade su una garza, però sotto quei tre secondi c'era un riff che mi ha preso per la gola e non ha più mollato. Tiro il filo. Dalla reclame al brano originale. Amore a primo ascolto. Ma in fondo al filo, sorpresa, trovo un cadavere: il tipo che cantava non c'è più, morto, suicida dicono, e io lì col walkman in mano imparo per la prima volta quanto pesa la parola mai. Non lo vedrò mai. Mai.

Parliamoci chiaro, tu che leggi magari sul cesso o in coda alla cassa, fa lo stesso: Kurt Cobain non era il poster che ti hanno venduto in cornice, era qualcunə che si infilava un vestito da donna sul palco per far girare le palle agli omofobi venuti al concerto, un femminista col noise, e quella roba lì non è estetica, è una posizione, sia ben presente a chi lo porta stampato sulla maglietta da venti euro. Non ho mai creduto del tutto alla favola del suicidio, l'ho sempre sentita storta, e guarda caso oggi c'è perfino uno studio forense che alza la mano e dice che i conti non tornano. Vorrei che riaprissero il caso, lo dico chiaro. Ma alla fine, che si sia ucciso davvero o che l'abbiano ammazzato, una cosa non cambia: a farlo fuori è stato lo stesso sistema, quello che prima ti dona il tetto del mondo e poi ti molla nel buio, ed è quel sistema che a un certo punto del mio viaggio ho voluto conoscere per capire chi o cosa aveva ucciso Kurt Cobain. Perché la chitarra che si è disegnato lui con le sue mani, la Jag-Stang, quel coso storto, asimmetrico, sbagliato esattamente come noi, ce l'ho io adesso, e la suono, ed è diventata parte di tutto quello che faccio. Lui un disco con quella chitarra avrebbe voluto inciderlo, e non ha fatto in tempo. Ho raccolto quel filo rimasto a mezz'aria e provo a tirarlo avanti a modo mio, con le mie canzoni e i miei sbagli. Semplicemente è come portare avanti la traccia di qualcuno che hai amato e che ti ha fatto innamorare della cosa più preziosa che hai. Lo so, stai pensando "questo è fuori di testa". Tienilo a mente, ci torna utile.

Perché c'è stato un tempo in cui la musica non stava sul red carpet ma dentro la ferita, e te lo dico con un nome che forse non conosci: Victor Jara, cantautore cileno. L'11 settembre del 1973 i militari di Pinochet rovesciano Allende nel sangue e trascinano Victor dentro uno stadio trasformato in mattatoio, lo torturano per giorni, e alla fine gli spezzano le mani, gliele fracassano, e poi ridendo gli dicono "dai, suona adesso, suona", perché sapevano che la sua voce faceva più paura di un esercito. Lo ammazzano con più di quaranta colpi. Oggi quello stadio porta il suo nome, e questa è tutta la differenza che esiste al mondo tra chi la rivolta se la tatua per la foto, chi la porta stampata sulla maglietta e chi ce l'ha nelle mani al punto che gliele devono spezzare per fermarla. E non l'hanno fermata lo stesso.
E qui da noi, in questo Paese che ripudia la guerra a parole, c'era un tipo col cilindro in testa e una voce sgraziata che pareva lo scemo del villaggio e invece era il più sveglio di tutti, Rino Gaetano, quello di "Ma il cielo è sempre più blu" che canti alle feste senza accorgerti che è una mitragliata sociale lunga otto minuti in cui finiscono dentro gli ultimi e i potenti tutti insieme, quello che nel Settantotto tira fuori "Nuntereggae più" e fa nomi e cognomi sul ritornello che dice basta, e lo censurano, e lui lascia Sanremo per protesta quando provano a tappargli la bocca, quello che si era pure cantato la morte in anticipo dentro una ballata, e il cortocircuito che mi fa accapponare la pelle è che Rino è morto un 2 giugno, oggi, mentre la nazione festeggia e piove, quarantacinque anni fa. Buon viaggio fratello, ti sto nominando nel giorno esatto. Diceva "io non faccio comizi, è solo uno sfottò", bugiardo magnifico, perché era la verità travestita da scemenza, l'unico modo per farla entrare in testa alla gente senza che se ne accorgesse.

E adesso "a mano a mano", ti porto dove fa male: scrolli, scrolliamo, pollice su pollice giù, una bambina con una tanica d'acqua più grande di lei, swipe, una pubblicità di un materasso, swipe, qualcunə che balla, swipe, una torta che cola lenta, e l'orrore è diventato carta da parati, ci abbiamo fatto l'abitudine come al ronzio del frigo. Quella bambina, come altri migliaia e migliaia in tante parti del mondo, per mesi è rimasta un numero, perché era solo un bersaglio con la sua tanica e i numeri non hanno il volto, e questa è l'oscenità delle oscenità. Ma io non l'ho potuto accettare, ho cercato, e un nome l'ho trovato: si chiamava Amna, Amna Ashraf Al-Mufti, e la stampa internazionale l'ha resa anche come Amina, aveva undici anni, l'hanno uccisa il 21 dicembre 2024 a Jabalia mentre era uscita a prendere l'acqua vicino all'ospedale Kamal Adwan, e quel video ha continuato a girare per mesi, a ondate, consumato e ricondiviso da chi metteva un cuore e passava oltre. Ne ho fatto una canzone, e la canzone porta il suo nome, perché un nome detto ad alta voce è già resistenza, è il contrario di farne un numero.
Davanti a sta roba hai due tasti soli: o ti anestetizzi, scrolli, ti abitui, diventi arredamento, oppure ti spezzi. Mi hanno detto "sei fuori dal tempo", sicuramente sono fuori dall'algoritmo, e io rispondo "grazie", me la cucio sulla schiena del giubbotto, perché fuori dal tempo è l'ultimə rimastə svegliə alla festa dei sonnambuli.

Perché la storia non la scrivono solo i vincitori, la sussurrano i fuori dal tempo di generazione in generazione, e oggi questi fuori dal tempo hanno sedici, vent'anni, anche quaranta, non importa, e non li trovi in classifica, li trovi nei seminterrati, su Bandcamp, dentro gli spazi liberati. C'è chi fa hardcore col terrore vero addosso, ragazzinə natə nel 2007 che cantano di essere già sicuri che vedranno una nuova guerra, te lo immagini, nascere nel 2007 e dover scrivere una cosa così. Ci sono artiste come le Fucksia, transfemministe, dichiaratamente queer, c'è heresiana, che si inventa un genere e lo chiama come gli pare e si firma il volto dell'eresia. Non vi cito questi nomi da turista che ha fatto la ricerca su internet, ve li cito perché è la mia scena, ci vivo dentro, e se ho ricevuto un pezzetto di palco lo uso per puntare il faro su chi merita di essere illuminato, che è la cosa più anarchica che conosca: non tenersi il microfono, allargarlo, creare spazio.
E quando uno spazio lo pratichi sul serio, lo Stato te lo viene a prendere all'alba. È successo a Torino il 18 dicembre scorso, ad Askatasuna, che in basco vuol dire libertà, occupato da quasi trent'anni, trent'anni di assemblee, concerti, doposcuola, sostegno alle famiglie del quartiere, tanto che perfino il Comune lo aveva riconosciuto come bene comune e perfino il tribunale aveva fatto cadere l'accusa più pesante, quella di associazione a delinquere, dichiarata inesistente, eppure all'alba arrivano gli idranti contro gente seduta per terra, e mille persone si raccolgono davanti alle saracinesche sigillate con uno striscione che dice "Askatasuna vive nelle strade e nelle lotte, non è solo quattro mura". Ecco, non è solo quattro mura è il verso più punk scritto in Italia quest'anno, e non l'ha scritto un cantante, l'hanno scritto degli sgomberati. È lo stesso fuoco che a Genova fa bloccare il porto ai portuali del Calp, che si rifiutano di caricare le armi al grido di "non vogliamo essere complici". Quello è il fermento, la resistenza che non si compra: gente che mette il corpo tra la nave e la bomba.
E adesso che ho buttato fuori tutta la rabbia ti dico qualcosa che mi sta a cuore, l'unica proposta che ho in tasca, e non è abbattere niente, è convertire. Perché il mondo ha dato fuoco, nel solo 2024, a duemilasettecentodiciotto miliardi di dollari in armi, scrivilo a mano e contagli gli zeri. Quei soldi possiamo girarli come un calzino: le fabbriche che fanno caccia da guerra facciano aerei di soccorso, i carri armati diventino ruspe, i laser militari diventino strumenti per tagliare la pietra, il nucleare da guerra si converta in energia e medicina come è già successo per davvero, americani e russi che hanno trasformato cinquecento tonnellate di uranio da testate in corrente elettrica. E come un giorno abbiamo deciso che la schiavitù fosse illegale, così dobbiamo rendere illegale la guerra. No al riarmo. Sì alla Grande Conversione delle armi.

Ma una conversione la fai solo se prima converti le teste, e le teste si formano da piccole, ed è qui che si gioca tutto, in un'aula. Perché una scuola che ti mette in fila, ti dà i voti, premia il più obbediente e umilia il diverso, ti sta fabbricando l'adultə perfettə che domani troverà normale obbedire ai padroni della morte, eseguire l'ordine, caricare la nave, non chiedere il nome della bambina. Jean Vigo, nel suo "Zero in condotta", lo aveva filmato quasi un secolo fa: i ragazzini che si ribellano alla scuola caserma e si riprendono il tetto. La differenza vera la dice una parola sola: nelle scuole libertarie chi sta davanti non si chiama insegnante, si chiama accompagnatore, perché non ti riempie la testa come una valigia, ti cammina accanto mentre scopri. Insegnare è autorità. Accompagnare è amore. Una scuola che premia e punisce fabbrica chi obbedirà, una scuola che accompagna fabbrica chi si rifiuta. La rivoluzione comincia lì, in un banco, molto prima che in piazza.
E allora torno alla pioggia del 2 giugno, hai visto che ci sono arrivato, e ti confesso la cosa che ho capito: a dodici anni ho perso un mito senza averlo mai visto, a quarantadue ho la sua chitarra tra le mani e il nome di Amna dentro una canzone, ed è la stessa identica cosa, tenere viva una voce che gli altri danno per spenta, restituire un nome a chi il potere aveva ridotto a numero. Perché non è la A cerchiata tatuata per la foto, non è la giacca di pelle che la sera appendi all'attaccapanni, non è la maglietta giusta al concerto giusto. Una rivoluzione la puoi indossare, te la metti la mattina e te la togli la sera, e dormi sereno. Spezzarti per una bambina di cui hai voluto sapere il nome, no. Quello addosso ti resta, quello non te lo togli più.
Adesso prendo la chitarra di Kurt che mi aspetta sul divano. Ma prima di attaccare a suonare me lo chiedo ancora una volta, piano, per dirlo giusto, per non sbagliare neanche il suono: come si chiamava la bambina. E lo chiedo anche a te, che sei arrivato fin qui. Tu lo sai, come si chiamava la bambina? Se non lo sai, cercalo. Se lo sai, dillo ad alta voce, e dillo bene. È così che si comincia.
Perché è sempre la stessa storia, è l'innocenza che muore e il sistema che archivia. Chi o cosa ha ucciso Kurt Cobain, non lo sapremo mai, caso chiuso, non si riapre. Chi ha ucciso Amna lo abbiamo visto tutti, in diretta, e mi chiedo se avrà mai giustizia abbastanza. Due nomi, lo stesso silenzio calato sopra. Io non ci sto, e continuo a nominarli.

NeVRuZ JoKu è cantautore e musicista sperimentale. Anarchico Umanista Femminista. Ha vinto Sanremo Rock 2018 e il Premio Bindi 2019. Due premi Amnesty International. Ha partecipato a X Factor 2010, terzo posto, mentore Elio. Special Guest degli Skiantos dal 2018 al 2023. Dal 2013 lavora con i ragazzi in strutture per minori e centri psichiatrici come collaboratore esterno. Suona la Fender Jag-Stang di Kurt Cobain. Lo trovate in piazza, ai cortei, negli spazi liberati




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