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  • Immagine del redattore Umberto Lepore

Leprous: quando il prog metal abbraccia un'indicibile quantità di universi musicali. (27/02/2023)

Aggiornamento: 5 giorni fa

Nata nella piccola Notodden (patria degli Emperor e culla del symphonic black metal), la band protagonista della serata organizzata da Vertigo è accolta da un Fabrique aperto a metà e ospitante un pubblico affettuoso, partecipe e di qualunque età. Metallari brizzolati, gruppi di adolescenti e bambini accompagnati dai genitori: da queste presenze si può già ben immaginare, durante l’attesa dell’uscita dei musicisti, la fluidità e contaminazione di generi del gruppo.


Sul palco notiamo un folto numero di strumenti, a testimonianza di una proposta musicale ricercata: la batteria e la coppia di chitarre elettriche (alle quali è stata sostituita l’acustica per un paio di brani), il basso e la coppia di tastiere (sulle quali si alternano in tre dei sei membri) e il piacevole violoncello elettrico, vera chicca di tutto il complesso.


I Leprous sono una band curiosa, contaminata, ibrida, protagonista di un progressive metal dalle più disparate influenze, interpretato in chiave futuristica e giocante su sfumature black e djent, jazz-rock e synth-pop, su ballate melodrammatiche e passaggi mistici orchestrali.

Il risultato della trasversalità applicata nel corso dei sette album (lunghi e avventurosi viaggi, l’uno diverso dall’altro) è qualcosa di squisitamente inedito e multiforme.

Il suono rabbioso e schizofrenico degli esordi è contrapposto a uno più calmo, doloroso, sinfonico e compatto nelle ultime produzioni: questi ragazzi regalano una musica forte, indomabile e davvero difficile da catalogare, ottimo esempio di ciò che significa produrre esprimendo un carattere libero e capace di sfuggire le etichette.



Solberg, frontman e principale compositore del gruppo (in coppia con Suhrke come unici due membri della formazione originale) occupa il centro del palco, salendo spesso in pedana e comunicando con raffinatezza la sua poetica, attraverso un’ampia vocalità (da sempre protagonista dei brani dei Leprous) e un timbro delicato e introspettivo. Attivo anche sulle tastiere, nella maggior parte dei brani canta esponendosi con gesti armoniosi e vocalizzando facendo ampio uso del falsetto, decisamente più presente in scena rispetto a uno screaming invece apertamente ignorato (tirato fuori soltanto in un paio di occasioni e a volume bassissimo, poco convincente e coinvolgente).


Ognedal si destreggia per tutto il concerto sulla sua Stratocaster, illuminato spesso da un intenso fascio di luce, applicatogli a plongée. Kolstad picchia sui tamburi con passione e precisione, mantenendosi molto cauto sui primi brani per poi esplodere con From The Flame, a circa metà scaletta, proseguendo da lì in poi con potenza e vigore. Da sottolineare il simpatico piatto sordo sul suo set, non secondario nella ritmica dei brani, insieme all’interessante e astuto utilizzo del doppio rullante.



Il palco è avvolto da una buona dose di fumo e una piacevole e ritmata illuminotecnica. Peccato la presenza dei forti riflettori puntati sul pubblico (con il palco lasciato buio) al termine di quasi tutti i brani, abbastanza fastidioso alla lunga: sparati in quel modo senz’altro per uso utilitario (il cambio di postazioni e/o lo switch di strumenti) potevano anche non essere utilizzati, o comunque esser meno applicati.

Nel corso del racconto della scaletta Solberg apre inoltre due sipari nei quali chiede al pubblico quali brani volesse ascoltare, creando una sorta di votazione in merito e passando svariati minuti a lasciare che i presenti urlassero nel richiedere un pezzo piuttosto che un altro. Una pratica di per sé tenera, simbolo di ascolto dell’artista e di vicinanza tra palco e audience, ma anche qui, purtroppo, rivelatasi una scelta portata all’esagerazione. Lasciare lunghi e numerosi silenzi nel corso di un concerto non è mai funzionale al mood sonoro che si è costruito nell’ambiente e nelle menti degli ascoltatori (oltre al rischio, purtroppo verificatosi in questa occasione, di trasformare quel mood sonoro in uno starnazzìo parecchio fuori luogo).



Il gruppo si presenta a proprio agio lungo tutta il concerto e particolarmente coinvolto sugli ultimi brani, ballati sul palco esprimendo un coinvolgimento corporeo ora più allegro e saltellante (pop), ora immerso nel puro headbanging.

Il saluto al club meneghino è riservato agli undici ipnotici e psichedelici minuti di The Sky Is Red, con la quale i Leprous raggiungono la loro massima intensità d’espressione.



Umberto Lepore

@thesound.ofbeauty

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